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Ricerca: News epatiti e cirrosi Epatiti e coinfezione con HIV
Postato il Mercoledì, 13 giugno ore 19,06 di redazione
Epatiti e coinfezione con HIV

    Dal sito fegato.com

Un antistaminico contro l'insonnia dei pazienti cirrotici
Trapianto da donatore con epatite C a paziente con HCV
Nuovi studi sul caffè



    Un antistaminico è in grado di dare sollievo a pazienti con cirrosi che soffrono di insonnia: una ricerca pubblicata sull’American Journal of Gastroenterology
 
Un antistaminico utilizzato regolarmente nella cura delle allergie potrebbe garantire un sollievo ai pazienti con cirrosi che soffrono di forme di insonnia: ad affermarlo è uno studio pubblicato sulle pagine dell’American Journal of Gastroenterology.

Coordinato dal dottor Laurent Spahr della Division de Gastroentérologie et Hépatologie di Ginevra, lo studio dimostra che l’antistaminico idroxizina risulta garantire un effettivo apporto nel recupero dei normali ritmi del sonno in soggetti che presentano complicanze al fegato.
“Nei pazienti con cirrosi – ha spiegato Spahr – i livelli di istamina nel cervello possono essere alterati: l’istamina regola proprio il ciclo sonno/veglia e, pertanto, se tali livelli si squilibrano, anche i cicli ne risentono”. Dallo studio è emerso che il 65% dei soggetti con cirrosi cui venivano somministrati antistaminici a base di idroxizina mostravano un netto miglioramento della qualità del loro sonno.

Secondo Spahr, l’idroxizina potrebbe rappresentare una validissima alternativa ai classici sonniferi, che risultano quasi del tutto inefficaci in pazienti con cirrosi o altre patologie epatiche: “l’idroxizina deve essere però utilizzata con cautela; i pazienti devono, infatti, essere costantemente e attentamente monitorati dai medici specialisti nelle fasi di risposta al farmaco” ha chiarito il ricercatore ginevrino nel presentare la ricerca


 Il trapianto di fegato di un donatore con epatite C su un individuo con HCV sembra ottenere tassi di sopravvivenza simili a quelli registrati post-trapianti condotti secondo i criteri dell’UNOS
 
Da una ricerca condotta nell’Indiana e presentata nel corso della recente Digestive Disease Week statunitense, è emerso che il fegato di un donatore con epatite C sembra conferire un modesto beneficio in termini di sopravvivenza su organi non infetti in pazienti colpiti da HCV in attesa di trapianto. Generalmente, tali organi infetti vengono considerati al di sotto dello standard ottimale poiché non rispettano i criteri definiti dall’UNOS – United Network for Organ Sharing – per i donatori di fegato.
Ogni anno, nei soli USA, vengono eseguiti circa 6.000 trapianti di fegato e metà di essi si rendono necessari per fronteggiare cirrosi causate da HCV. La ricerca statunitense, coordinata dal dottor Paul Kwo dell’Indiana University School of Medicine di Indianapolis, ha utilizzato i dati del Transplant Center Registry dell’UNOS per identificare 38 pazienti affetti da HCV che ricevevano altrettanti fegati affetti dal virus dell’epatite C. I risultati sono stati poi comparati con quelli relativi a 76 individui che avevano ricevuto un fegato che rispettava perfettamente i criteri di eccellenza dell’UNOS. I due gruppi di persone esaminati risultavano simili per caratteristiche demografiche.

I tassi di sopravvivenza ad un anno erano a favore dei soggetti che ricevevano un fegato colpito da HCV (97% contro l’86%); i tassi si modificavano dopo 2 anni (rispettivamente 79% e 84%).
“I tassi di sopravvivenza si equivalgono, ma abbiamo registrato un trend di miglioramento con gli organi affetti da HCV; riteniamo che gli organi affetti da questo virus possano essere adottati più ampiamente in soggetti con HCV e che attualmente risultano sotto-utilizzati” ha commentato Kwo nel corso della sua presentazione alla Digestive Disease Week


Nuovi studi condotti in Svezia dimostrano che il consumo di caffé può ridurre il rischio di tumore al fegato
 
Si susseguono negli anni le ricerche che dimostrano che il caffé non provoca danni al fegato, ma – al contrario – può contribuire alla sua salute. L’ultimo studio in tal senso è quello condotto da Susanna Larsson e Alicja Wolk del Karolinska Institute di Stoccolma pubblicato sul numero di maggio della rivista scientifica specializzata Gastroenterology.

Secondo le conclusioni a cui sono giunte le due studiose, il caffé aiuterebbe a prevenire il carcinoma epatocellulare. La ricerca condotta a Stoccolma è stata una meta-analisi, cioè una revisione di precedenti studi epidemiologici condotti sull’argomento. In particolare, sono stati riesaminati undici studi che avevano coinvolto complessivamente 2.260 pazienti con tumore al fegato e 239.146 soggetti sani. È stata osservata un’associazione inversa tra il consumo di caffé e l’insorgenza del tumore al fegato: questo dato risultava statisticamente significativo ed evidente in sei studi.

In conclusione, il consumo di due tazze di caffé al giorno era collegato ad una riduzione pari al 43% del rischio di cancro al fegato. Il caffé contiene numerose sostanze antiossidanti che possono giocare un ruolo-chiave nella protezione del fegato e di altri organi, come ad esempio gli acidi clorogenici e, “pertanto, un effetto protettivo anti-cancro da parte del caffé è biologicamente plausibile” ha concluso la Larsson. 

 



Nota: Fonte:fegato.com

 
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