Una ricerca ‘a stelle e strisce’ condotta su modelli animali ha permesso di mettere a punto un innovativo metodo che utilizza cellule staminali ricavate dal midollo osseo per potenziare la risposta immunitaria e per fronteggiare l’insorgenza del danno epatico.
Lo studio è stato condotto da un team del Massachusetts General Hospital ed è stato sulla rivista scientifica PLOS One.
ttualmente, l’unico trattamento che permette di contrastare forme ad un ultimo stadio di danni epatici è il trapianto, ma il numero di donatori è limitato e i soggetti riceventi devono assumere farmaci molto aggressivi per garantire un significativo contrasto al rigetto dell’organo.
I ricercatori nordamericani hanno utilizzato cellule staminali mesenchimali (mesenchymal stem cells o MSCs) ricavate dal midollo osseo.
Precedenti ricerche avevano messo in luce il fatto che le cellule MSC erano in grado di inibire numerose attività del sistema immunitario, interrompendo apparentemente lo spostamento/movimento delle cellule immuni alle aree del danno epatico.
Secondo quanto studiato dall’equipe guidata da Biju Parekkadan, un quantitativo di cellule staminali mesenchimali può essere estratto dal midollo osseo di un paziente ed ‘espanso’ fino a livelli che le renderebbero utilizzabili sotto il profilo terapeutico, come sperimentato su ratti in laboratorio.
Adottando questo metodo innovativo, gli studiosi statunitensi sono stati in grado di ridurre la presenza di un danno epatico nei roditori, incrementando il tasso di sopravivenza dal 14% al 71%.
“In teoria potrebbe essere possibile in futuro iniettare in un paziente un farmaco contenente molecole generate da cellule MSC per arrestare il danno cellulare e permettere al fegato di rigenerarsi” ha commentato Parekkadan.
Secondo quanto rilevato dal British Liver Trust, si tratta di uno studio ancora ad un primo stage che merita, però, di essere completato con successivi approfondimenti, come confermato anche dal professor Mark Thursz del Saint Mary’s Hospital di Londra: “lo sviluppo di questo studio permetterebbe di ridurre il numero di donazioni urgenti di fegato e, più in generale, contribuire al miglioramento delle procedure di trattamento dei danni epatici”.
Pertanto siamo ancora lontani da possibili applicazioni sull’uomo.
Fonte: fegato.com