Redazione-multimedia ha scritto "
Il virus dell'epatite C, un piccolo virus appartenente alla famiglia dei Flaviviridae,
genere Hepacivirus, è stato identificato nel 1989, ed è stato
riconosciuto essere il principale responsabile delle epatiti che venivano precedentemente
definite non-A-non-B. L’HCV è costituito da una particella sferica,
provvista di un rivestimento esterno di circa 50 nm di diametro. Il genoma virale
è costituito da una molecola di RNA lineare ad elica singola, con polarità
positiva di circa 9,5 kb, che è in grado di codificare la sintesi di
proteine strutturali (una proteina del nucleocapside e due proteine del rivestimento
esterno) e di proteine non-strutturali, importanti per la replicazione virale
(includono una proteasi virale, una elicasi e una RNA-polimerasi RNA-dipendente).
La caratteristica forse più importante dell’HCV è la grande
variabilità della sequenza genomica. Proprio sulla base di questa eterogeneità
genetica, gli isolati virali che maggiormente differiscono nella sequenza genomica
sono stati suddivisi in "tipi", o genotipi.
I diversi genotipi hanno fra loro una differenza della struttura genetica che
arriva anche al 35%. All’interno di ogni genotipo sono stati successivamente
raggruppati i virus isolati che, pur tra loro differenti nella sequenza genomica,
non lo erano in grado tale da suggerire l’opportunità di una classificazione
in un genotipo ulteriore; essi sono stati quindi raggruppati in numerosi "sottotipi".
Secondo la classificazione proposta da Simmonds nel 1993, i diversi isolati
di HCV dovrebbero essere compresi in uno dei sei genotipi (indicati con numeri
arabi) che sono stati individuati e, all’interno di ciascun genotipo,
in uno dei diversi sottotipi (indicati con lettere, minuscole, dell’alfabeto).
Prevenzione HCV
La distribuzione geografica dei diversi genotipi dell’HCV è ampiamente
variabile.
In
Italia ed in Europa, così come anche negli Stati Uniti, vi è una
netta prevalenza del genotipo 1, ed in particolare del genotipo 1b .
Il genotipo 3 è diffuso prevalentemente in India, mentre il genotipo
4 sembra essere diffuso principalmente nel continente Africano, ed in particolare
in Zaire ed Egitto;
il genotipo 5 è quello più diffuso in Sud Africa, dove è
responsabile di oltre il 50% dei casi di infezione; il genotipo 6 e i suoi sottotipi,
invece, hanno la loro maggiore diffusione in Asia.
Rimane da definire quali genotipi hanno maggiore significato clinico: i genotipi
1a, 1b e 4 sembrano essere meno responsivi alla terapia con interferone , ma
non è stata dimostrata una correlazione con una peggiore severità
della malattia.
L’importanza sul piano clinico della eterogeneità genomica dell’HCV
rimane non del tutto chiarita, nonostante i numerosi studi condotti al fine
di chiarire il suo eventuale rapporto con la patogenesi e la terapia dell’epatite
cronica. Secondo dati recenti, proprio la natura di quasispecie dell’HCV
potrebbe costituire un fattore di grande importanza nella storia naturale dell’infezione
da HCV. La quasispecie è definita come una popolazione eterogenea di
virioni ciascuno dei quali può differire dall’altro anche solo
per una mutazione puntiforme del genoma. Solitamente, in un singolo soggetto
con infezione primaria predomina una popolazione di virus omogenea dal punto
di vista genetico, ma tuttavia essa può, probabilmente sotto la pressione
della risposta immunitaria dell’ospite, modificarsi nel corso del tempo,
portando all’emergenza di una o più popolazioni virali che, a seguito
della modificazione genetica, abbiano ottenuto un "vantaggio" in termini
di sopravvivenza della specie.
La
conseguenza dell’eterogeneità genica dell’HCV e della sua
capacità di mutazione genetica e quindi fenotipica sono probabilmente
alla base dell’elevata frequenza di cronicizzazione dell’infezione
(il virus sfugge al sistema immunitario dell’ospite), della possibile
reinfezione anche con ceppi virali di genotipo diverso, della non soddisfacente
efficacia della terapia con interferone e, da ultimo, ma non per questo meno
importante, della difficoltà di allestire vaccini.
Diffusione
La
diffusione dell'HCV è elevata in tutto il mondo; negli Stati Uniti l'HCV
è responsabile del 20% dei casi di epatite acuta, del 70% delle epatiti
croniche e del 30% dei casi di malattia epatica avanzata (cirrosi). Secondo
stime recenti dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, almeno
il 3% della popolazione mondiale ha un’infezione cronica da HCV, e si
ritiene che l’1-2% della popolazione residente in Europa occidentale e
nel Nord America sia portatore cronico dell’HCV. L’epatite C, con
4 milioni di individui infetti negli Stati Uniti d’America e più
di 1 milione in Italia, è quindi diventata anche nel mondo occidentale
una delle più diffuse ed importanti cause di malattia cronica del fegato.
La maggior parte dei casi di infezione interessa persone tra i 30 ed i 49 anni
di età.
Modalità di Trasmissione
Il virus si trasmette prevalentemente con il sangue:
Post-trasfusionale: l'HCV è risultato essere il principale
responsabile delle epatiti post-trasfusionali, molto frequenti prima della sua
scoperta; dopo il 1985 l'incidenza delle epatiti C post-trasfusionali si era
praticamente dimezzata mediante l'esclusione dalla donazione di sangue delle
persone HIV positive, molti delle quali erano poi risultate coinfettate anche
dall'HCV. Dopo il 1989 l'introduzione dello screening dei donatori per la ricerca
dell'HCV ha ulteriormente ridotto i casi di infezione fino allo 0,02% per unità
di sangue trasfusa. Dal 1993 la disponibilità di test più sensibili
ha portato questa percentuale allo 0,001%. Pertanto il rischio di contagio trasfusionale
attualmente può essere stimato in 1 caso ogni 100.000 unità di
sangue trasfuso.NB: Chiunque abbia ricevuto una trasfusione di sangue prima
del 1992, anche se non ha alcun sintomo o segno clinico di malattia,dovrebbe
eseguire il test per la ricerca dell'infezione da HCV.
Tossicodipendenza: il virus HCV è molto diffuso in questa
popolazione di pazienti, nei quali è anche molto frequente la coinfezione
con l'HIV (il virus dell'AIDS). La tossicodipendenza è il fattore di
rischio prevalente per la trasmissione dell'HCV, sia in Europa che negli Stati
Uniti.
Esposizione professionale: l'HCV rappresenta un rischio anche
per gli operatori sanitari; dopo una contaminazione accidentale con materiale
infetto vari studi hanno riportato dal 5 al 10% di possibilità di contrarre
l'infezione: un rischio inferiore a quello per l'epatite B ma superiore a quello
per l'HIV. Negli Stati Uniti comunque la prevalenza dell'infezione negli operatori
sanitari è del 1%, e quindi non superiore a quella della popolazione
generale. Non è stata dimostrata l'efficacia di un trattamento preventivo
in caso di esposizione accidentale, nè con le immunoglobuline nè
con l'interferone.
Trasmissione
parenterale inapparente: questa modalità di trasmissione assume
una notevole importanza, e giustifica la diffusione dell'infezione anche in
persone che non hanno avuto nessun tipo di esposizione nota al virus.
Trasmissione sessuale: è possibile, ma risulta molto
meno frequente rispetto all'HBV, e non sembra proprio che questa via di trasmissione
sia rilevante per la diffusione del virus. Infatti, solo nel 5% circa dei casi
l'infezione da HCV viene acquisita per via sessuale.Tuttavia, tra le coppie
omosessuali, la percentuale di trasmissione sembra essere più' elevata.
Le persone con la malattia in fase acuta, e che cambiano spesso partner sessuale,
possono tuttavia essere un veicolo di infezione, e dovrebbero usare il profilattico
per ridurre il rischio di acquisire o trasmettere I'HCV. Il rischio aumenta
se il partner HCV positivo è anche immuno compromesso poichè la
carica virale dell'HCV nel sangue può aumentare. Il sesso praticato durante
il ciclo mestruale dovrebbe essere evitato, per via del contatto di sangue che
può esserci in quel periodo.Esistono anche alcuni co-fattori
che riguardano la trasmissione dell'HCV, per esempio in presenza dell'herpes
genitale; in questo caso la trasmissione risulta facilitata dalle lesioni
genitali. Inoltre, si pensa che il virus HCV tenda ad "appoggiarsi"
al virus dell'herpes. Le persone che sono soggette a herpes genitale sono molto
piu esposte al rischio di contrarre o tmsmettere il virus.
Trasmissione verticale: mediamente la percentuale di neonati
da madri HCV positive che hanno contratto l'infezione è di circa il 3-5%.
Questa percentuale aumenta notevolmente nel caso la madre abbia la coinfezione
HCV+HIV (15-30%). Contrariamente a quanto osservato per la trasmissione dell'HIV,
nel caso dell'HCV l'esecuzione del parto con taglio cesareo non si è
dimostrata utile nel ridurre il rischio di infezione neonatale, così
come non è stata dimostrata la trasmissione dell'infezione mediante l'allattamento,
che pertanto non è controindicato.
Diagnosi
La dimostrazione dell'infezione da HCV si basa sulla ricerca degli anticorpi
specifici contro il virus.
Il test attualmente utilizzato per lo screening utilizza una metodica immunoenzimatica
(test EIA o ELISA, Enzyme Linked ImmunoSorbent Assay) di terza generazione,
in grado di identificare anticorpi diretti contro antigeni strutturali e non
strutturali del virus, con una sensibilità di circa il 97%; se il test
ELISA risulta positivo, per la conferma viene utilizzata una metodica ancora
più specifica (test RIBA, Recombinant ImmunoBlot Assay) in grado di riconoscere
singolarmente ciascun tipo di anticorpo.
Per stabilire invece il grado di replicazione virale, e quindi il grado di attività
dell'infezione, viene misurata nel sangue la quantità di genoma del virus
(HCV-RNA, concettualmente simile all'HBV-DNA del virus dell'epatite
B). Tale test viene eseguito con metodiche di PCR o di bDNA (branched
DNA signal amplification Assay).
La biopsia epatica è poi di fondamentale importanza nel definire il danno
istologico, stabilendo il grado (livello di infiammazione) e lo stadio (livello
di fibrosi) del danno epatico. In soggetti con infezione cronica da HCV la biopsia
epatica trova indicazione dopo un periodo di osservazione di almeno 6-8 mesi,
in presenza di un persistente, oppure intermittente o anche solo episodico,
aumento delle transaminasi. Meno chiaro è il ruolo della biopsia in soggetti
con transaminasi persistentemente normali. Infatti, benché gran parte
di questi soggetti abbiano una evidenza istopatologica di epatite cronica, il
danno epatico è spesso modesto ed ancora incerto è l’atteggiamento
terapeutico in questi casi.
Caratteristiche cliniche
L'infezione acuta da HCV è solitamente asintomatica
o paucisintomatica, e solo raramente si manifesta con una epatite acuta (circa
il 5% dei casi), mentre non è quasi mai causa di epatite fulminante.
L'infezione ha però una elevata tendenza ad evolvere verso la
cronicità (80-85%) ciò è probabilmente dovuto
alla variabilità genetica del virus che gli permette di sfuggire al controllo
del sistema immunitario, il quale non è quindi in grado di eliminarlo.
La malattia epatica resta asintomatica per molto tempo (in
alcuni casi anche per sempre), ma se sono presenti dei sintomi questi sono generalmente
rappresentati da stanchezza, dolori addominali, calo dell'appetito e a volte
prurito.
La maggior parte dei soggetti con l'infezione scopre casualmente il proprio
stato, solitamente in seguito ad indagini ematochimiche effettuate per altre
ragioni, che mettono in evidenza un aumento (spesso modesto) degli indicatori
di citolisi epatica, cioè le transaminasi (SGOT/SGPT, AST/ALT). In generale,
i soggetti con epatite cronica hanno livelli di transaminasi persistentemente,
ma anche saltuariamente, elevati; è stata tuttavia dimostrata la presenza
di un quadro di epatite cronica istologicamente documentata anche in pazienti
con transaminasi normali per periodi prolungati.I
fattori associati a guarigione spontanea sono: la giovane età, il sesso
femminile ed un particolare aplotipo HLA. Circa il 20% delle epatiti croniche
evolve in cirrosi in meno di 20 anni e vi sono scarse evidenze che fattori virali
come il genotipo possano influenzare il rischio di progressione che appare invece
maggiormente legato alle comorbidità, come le infezioni virali concomitanti
o l'abuso alcolico.
L’evoluzione a lungo termine dell’infezione è molto variabile.
Complessivamente, il 10-20% dei soggetti con epatite cronica da HCV
potrà sviluppare, in un periodo di 20-30 anni, la cirrosi epatica.
Una volta che la cirrosi si è manifestata, il rischio di sviluppare un
epatocarcinoma (tumore maligno primitivo del fegato) è di 1-4% all'anno.
La stessa cirrosi, quando sia di grado severo, ha una mortalità di circa
il 50% in 5 anni.
CRONICA
PERSISTENTE O CRONICA ATTIVA:QUAL'E' LA DIFFERENZA?
L'epatite
C è considerata cronica se persiste per un periodo più lungo di
6 mesi.
Il termine "Cronica Persistente" era usato per definire
epatiti che persistevano per più di 6 mesi senza alcun danno epatico.
Il termine "Cronica Attiva" era usato per definire
epatiti che persistevano per più di 6 mesi e che stavano danneggiando
il fegato.
La differenziazione tra "persistente" e "attiva" non è
più usata cosi frequentemente. Ora si parte dal presupposto che se il
virus esiste, sta causando un danno, sia che stia replicando velocemente oppure
no. Circa 1'85% delle persone che entrano in contatto con il virus HCV non riescono
ad eliminare il virus entro 6 mesi, e sviluppano un'epatite cronica che persiste,
sebbene la viremia (PCR) a volte sia intermittente. Una piccola percentuale
di pazienti con epatite cronica da HCV, forse meno del 20%, sviluppa sintomi
non specifici, tra cui affaticamento e malessere.
Sebbene pazienti con epatite C e livelli ALT normali siano stati definiti portatori
"sani"del1'HCV, la biopsia epatica può mostrare evidenze istologiche
di epatite cronica in molti di questi pazienti.
Le AST e le ALT sono gruppi di enzimi presenti
nel fegato, comunemente dette transaminasi.
Le transaminasi si diffondono nel circolo sanguigno quando le cellule del fegato
sono danneggiate.
Il monitoraggio delle AST e le ALT è usato per determinare se l'infezione
è cronica e per stabilire se la terapia per I'HCV sta flmzionando
ALT
= GPT valori normali = 5- 40
AST = GOT valori nonnali = 5 - 37
Altri valori da tenere sotto controllo sono:
FOSFATASI ALCALINA valori normali 98-279
GAMMA GGT valori nonnali 11 -50
La Fosfatasi Alcalina e le Gamma GGT alterate indicano l'occlusione del sistema
biliare.
Alcuni fattori possono essere valutati come indicatori del rischio di
progressione della epatite cronica da HCV:
Fattori virali:
- Genotipo: il genotipo 1, ed in particolare il tipo 1b, sembra essere associato
ad una evoluzione più severa (ma ciò non è stato confermato
da alcuni studi più recenti);
- Presenza di quasi-specie: un numero più elevato di quasi-specie virali
è stato associato a forme più severe di epatite cronica.
Fattori dell'ospite:
- Età al momento dell'infezione: l'acquisizione dell'infezione dopo i
40 anni influenza negativamente la progressione dell'infezione;
- Durata dell'infezione: le epatiti presenti da più tempo rispondono
meno bene alle terapie;
- Sesso: il sesso maschile è associato ad una peggiore evoluzione dell'infezione.
Altri fattori:
- Consumo di alcol: la presenza di un elevato consumo di alcolici peggiora nettamente
l'evoluzione dell'epatite cronica da HCV, aumentando la velocità di progressione
verso la cirrosi e l'incidenza dell'epatocarcinoma;
- Coinfezione da HBV e da HIV: la presenza della duplice infezione, in particolar
modo per quanto riguarda l'HIV, incrementa la severità della malattia
ed il rischio di sviluppo dell'epatocarcinoma.
Manifestazioni extraepatiche
L'HCV può essere responsabile anche di manifestazioni cliniche extraepatiche,
essenzialmente legate a disturbi del sistema immunitario indotti dallo stesso
virus.
Tali manifestazioni comprendono principalmente:
Crioglobulinemia mista: la crioglobulinemia mista è
una sindrome clinica provocata dalla formazione di immunocomplessi formati dal
virus e da anticorpi anomali, che precipitano in modo reversibile a basse temperature.
E' caratterizzata da vari sintomi e segni, tra i quali principalmente astenia,
dolori artro-muscolari, artrite, porpora cutanea e vasculite. A volte si possono
associare anche neuropatia periferica sensitivo-motoria e glomerulonefrite.
E' stato dimostrato che l'infezione da HCV è la causa principale di crioglobulinemia;
la genesi di questa sindrome sarebbe dovuta sia alla partecipazione diretta
dell'HCV nella formazione degli immunocomplessi, sia al disordine del sistema
linfoproliferativo che può essere provocato dal virus stesso. La relazione
tra l'HCV e la crioglobulinemia sarebbe confermata anche dalla riduzione dei
sintomi secondari alla crioglobulinemia nei pazienti che rispondono alla terapia
con l'Interferone. La presenza di crioglobuline è rilevabile in circa
un terzo dei pazienti affetti da infezione da HCV, ma le manifestazioni cliniche
compaiono solo nell'1-2% dei casi.
Patologie tiroidee: l'infezione da HCV può associarsi
a patologie della tiroide quali ipo- o ipertiroidismo, o la tiroidite di Hashimoto.
In questi casi è solitamente presente una positività per gli autoanticorpi
anti-tiroide; tale manifestazione è più frequente nelle donne.E'
quindi importante il monitoraggio della funzionalità tiroidea e degli
autoanticorpi anti-tiroide prima di iniziare una terapia con interferone, poiché
questo farmaco potrebbe peggiorare la situazione tiroidea.
Sindrome di Sjogren: una correlazione tra questa patologia
e l'infezione da HCV è stata riscontrata in percentuali variabili dal
10 al 50% dei casi. Anche in questo caso il virus eserciterebbe un ruolo indiretto
tramite la stimolazione cronica del sistema immunitario. Come per la crioglobulinemia,
anche per la Sindrome di Sjogren sono stati osservati miglioramenti in corso
di terapia con interferone.
Glomerulonefriti: questa forma di patologia renale osservata
in corso di infezione da HCV sembra essere secondaria alla presenza di una crioglobulinemia
mista. La lesione istologica che viene comunemente osservata è quella
di una glomerulonefrite membrano-proliferativa.
Porfiria cutanea tarda: è una malattia provocata da
un deficit enzimatico (la uroporfobilinogeno-decarbossilasi epatica), e si manifesta
con fragilità della cute, con formazione di vescicole e bolle. L'associazione
con l'infezione da HCV è stata riscontrata in oltre un terzo dei pazienti
affetti da porfiria cutanea tarda.
Prevenzione
Un vaccino efficace nei confronti dell’infezione da HCV non è
disponibile. I problemi relativi alla sua messa a punto sono molti:
la grande variabilità genomica e la natura quasispecie dell’HCV,
la difficoltà di individuare se esiste, e quale eventualmente sia, la
risposta anticorpale protettiva e, più in generale, le scarse conoscenze
sulla patogenesi dell’epatite C, nonché la limitatezza del modello
sperimentale.
Pertanto, le uniche forme di prevenzione possibile sono quelle di tipo
comportamentale e di igiene sanitaria, quali:
- evitare l'uso in comune di strumenti taglienti o abrasivi (aghi, siringhe,
rasoi, spazzolini, forbicine, ecc.);
- evitare pratiche quali tatuaggi i body piercing se effettuate da personale
non preparato;
- sterilizzare adeguatamente i presidi medico-chirurgici;
- effettuare un adeguato controllo dei donatori di sangue.
Terapia dell'epatite cronica da HCV
I farmaci disponibili:Interferone-Ribavirina(REBETOL, Schering-Plough)
La
Ribavirina è stata recentemente registrata in Italia
per la terapia dell'epatite cronica da HCV, in associazione all'interferone
alfa (Intron-A e Roferon-A). La Ribavirina, o virazolo, 1-beta-D-ribofuranol-1,2,4-triazol-3-carbossamide,
è un analogo nucleosidico dotato di un ampio spettro di azione antivirale,
ed è già stato utilizzato per la cura di alcune infezioni virali
dell'apparato respiratorio. Vari studi hanno dimostrato che la Ribavirina è
attiva nei confronti del virus dell'epatite C, essendo in grado di normalizzare
il livello delle transaminasi nella maggior parte dei pazienti trattati. Tuttavia,
alla fine del trattamento quasi invariabilmente le transaminasi tornano al punto
di partenza, rendendo così di fatto inefficace il trattamento. Si è
visto quindi che la terapia con la Ribavirina in monoterapia non ha effetto
a lungo termine, mentre invece sono stati ottenuti buoni risultati utilizzando
una terapia combinata con Ribavirina + alfa Interferone.
Effetti collaterali della Ribavirina:
Teratogenicità: Le donne in età fertile devono
assolutamente evitare la gravidanza mentre sono in terapia con ribavirina, ed
anche i pazienti di sesso maschile devono evitare il concepimento in corso di
trattamento. Le linee guida consigliano l'impiego di almeno due metodi anticoncezionali
per le coppie nelle quali l'uomo o la donna assumano ribavirina. La gravidanza
va evitata per un periodo di almeno 6 mesi dopo la sospensione del farmaco.
Anemia emolitica: Anche questo effetto, come la neutropenia
per l'interferone, risulta essere dose-dipendente. Molto spesso nel corso del
primo mese di trattamento si osserva una riduzione del valore di emoglobina
(Hb) di circa 2,5 g/dL. Nel 5-10% dei casi la riduzione può anche superare
i 4 g. L'anemia indotta dalla ribavirina solitamente non ha una rilevanza clinica,
ad eccezione dei pazienti con preesistenti patologie cardiovascolari, che possono
essere peggiorate dall'anemia.
I livelli di Hb vanno controllati almeno 2 volte nel corso del primo mese, e
quindi una volta al mese.
Amantadina (Mantadan, Roche):
L’amantadina (cloridrato di 1-adamantanamina) è un farmaco antivirale
impiegato contro il virus influenzale ma che ha dimostrato una certa efficacia
anche contro il virus dell’epatite C in combinazione con l’interferone
alfa, per il quale viene quindi utilizzato solo in ambito sperimentale.
Studi clinici riportano dati contraddittori ma che sembrano un po’ smorzare
l’iniziale ottimismo.Tra gli effetti collaterali di questo farmaco si
riscontrano frequentemente edema e tumefazione degli arti inferiori; meno frequentemente
nausea, vomito, convulsioni, allucinazioni, disturbi visivi, cefalea, vertigini,
insonnia, difficoltà di concentrazione, ipotensione arteriosa, esantemi.
Particolare attenzione occorre prestare allorché si impiega l'Amantadina
in pazienti con alterazioni psichiche, nei quali essa può determinare
un peggioramento della sintomatologia.
Recenti studi hanno evidenziato una attività dell'Amantadina anche nei
confronti del virus dell'epatite C, per cui sono in corso diversi studi clinici
finalizzati alla conferma della efficacia clinica di questo farmaco, utilizzato
in associazione all'alfa-Interferone
Schemi di trattamento:
L'IFN viene somministrato per via sottocutanea o intramuscolare, alla dose di
3 o 5-6 MUI per tre volte alla settimana per un periodo di 6-12 mesi. Si sta
anche valutando l'efficacia di una terapia di induzione, che comporta la somministrazione
quotidiana del farmaco per 2-4 mesi, seguito poi dal passaggio alla dose standard
trisettimanale.
Complessivamente la percentuale di successi nella terapia dell'epatite cronica
C è inferiore a quella che si ottiene nell'epatite cronica B. La risposta
ottimale (risposta completa) è considerata quando alla fine del trattamento
le transaminasi restano persistentemente normali (risposta biochimica) e l’HCV-RNA
si negativizza (risposta virologica); se tale risposta permane dopo un periodo
di almeno 6-12 mesi dopo la sospensione della terapia, allora la risposta è
considerata una risposta sostenuta o prolungata, ed è evidenziabile nel
15-20% dei pazienti trattati con interferone per 6 mesi, e la maggior parte
di questi pazienti rimane in remissione. I pazienti che dimostrano una risposta
biochimica e virologica alla terapia con IFN hanno abitualmente un miglioramento
nella componente necroinfiammatoria del loro fegato
Sembra che cicli prolungati di IFN per 12 –18 mesi siano necessari per
migliorare la percentuale di risposta sostenuta alla terapia, infatti, il 25-30%
dei pazienti rispondono ad una terapia prolungata. I pazienti che durante il
trattamento continuano, dopo 8-16 settimane, ad avere alterazioni delle transaminasi
e positività dell’HCV-RNA dovranno interrompere il trattamento
precocemente in quanto risultano non responders. Una piccola percentuale di
pazienti mantiene un normale livello di transaminasi dopo la terapia sebbene
rimanga presente l’HCV-RNA (risposta incompleta); molti di questi avranno
una ripresa (relapse) dell’epatite dopo mesi od anche anni.
Considerati i risultati limitati che complessivamente possono essere ottenuti
con l'utilizzo del solo IFN, si è vista la necessità di valutare
anche altri farmaci che potessero dare qualche vantaggio in più.
La Ribavirina, associata all'alfa-Interferone, si è dimostrata efficace
nell’aumentare le percentuali di risposta biochimica e virologica sostenuta;
le dosi utilizzate sono di 1000-1200 mg per via orale, in due somministrazioni
al giorno per almeno 6 mesi. Attualmente, in base alle direttive ministeriali,
la terapia con Ribavirina ed interferone alfa è indicata per pazienti
mai trattati in precedenza (naive) o che siano relapser (cioè con recidiva
dopo una iniziale risposta) ad un primo ciclo di trattamento con interferone
alfa da solo. Nei pazienti naive, con questa associazione si ottengono risultati
almeno 2-3 volte superiori, in termini di risposta virologica sostenuta, rispetto
alla monoterapia con interferone alfa. Per tale motivo la terapia di combinazione
è attualmente divenuta lo standard di trattamento del paziente naive
con epatite cronica da HCV.
Negli
ultimi due anni il trattamento contro l'epatite C cronica ha fatto passi da
gigante e l'ampio utilizzo della terapia di combinazione con interferone
pegilato e ribavirina ne è la prova.
L'interferone pegilato è costituito dall'unione di un polimero il PEG
(polietilenglicole) agli interferoni alfa 2a e alfa 2b che possono essere somministrati
una volta la settimana.
Il Peginterferone alfa-2a e il Peginterferone alfa-2b, sono indicati da soli
o in associazione terapeutica con ribavirina, con la quale si sono raggiunte
risposte virologiche sostenute:
- Cariche
virali non quantificabili nel sangue periferico fino al 54% con Peg alfa-2b
- Cariche
virali non quantificabili nel sangue periferico oltre il 60% con Peg alfa-2a,
che è inoltre un risultato efficace nel 51% dei pazienti con genotipo
1.Il Peg alfa-2a ha eliminato il virus anche nel 30% di pazienti con cirrosi
in fase di compenso.
Nota: Fonti: ASPE- Nadir onlus-Spedali Civili di Brescia"