Qualche considerazione critica...

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Qualche considerazione critica...

Messaggioda Aaxel » 16/03/2013, 15:54

Buonasera! Cercavo su Google dati epidemiologici su HIV e AIDS in Italia e mi sono imbattuto nel vostro forum. Anzitutto, complimenti per il lavoro di prevenzione che svolgete con competenza, passione e cordialità. Tuttavia, leggendo i post, sono maturate in me alcune considerazioni critiche che vorrei proporre all'attenzione della redazione del sito, di Ada, della dott. Ortolani, della dott. Penta, dell'avv. Schwarz e degli utenti di questo forum e che ora provo a buttare giù in modo un po' disordinato.

1. A quanto posso apprendere, il lavoro di prevenzione che andate svolgendo si basa interamente sull'identificazione dei comportamenti che favoriscono la trasmissione del virus. Io non sono un medico, non so nulla di clinica. L'unica cosa che posso dire - questa sì con competenza - è che le scienze biologiche non sono MAI scienze esatte. Già da tempo non lo è neppure la fisica: figuriamoci se lo può essere la biologia! Credo che la comunità scientifica sia concorde nel dire che una stretta di mano non trasmetta l'HIV e che, d'altro canto, un'intera sacca di sangue infetto trasmetta il virus con una probabilità vicina al 100%. Tra questi due comportamenti si situa una giungla di altri comportamenti più o meno a rischio, difficilmente valutabili nella loro singolarità. Mi lascia - debbo confessare - molto perplesso il tentativo di voler determinare con dovizia di particolari e con precisione millimetrica il rischio di ogni singolo comportamento, perché si tratta di un terreno molto scivoloso. Perché la fellatio con eiaculazione sarebbe a rischio, mentre senza eiaculazione no? Perché il sesso orale passivo non sarebbe a rischio mentre quello attivo sì? Perché un contatto indiretto non sarebbe a rischio, mentre lo sarebbe un contatto diretto? Mi pare che tutti i comportamenti in cui il contagio sia plausibile secondo le attuali conoscenze in ambito virologico siano in un modo o nell'altro a rischio. Mi si risponderà che non ci sono casi documentati di contagio avvenuto in certe modalità. A parte il fatto che ciò aprirebbe discorsi infiniti su come vengono fatti gli studi e sulla possibilità di determinare in modo inequivoco l'occasione in cui è avvenuto il contagio, "non ci sono casi documentati" non equivale a "zero rischio". "Non ci sono casi documentati" uguale a "non ci sono casi documentati", né più né meno. Questo perché - ripeto - le scienze biologiche non sono scienze esatte, che possano dare risposte indubbiamente valide a priori. Se uno cerca l'assoluto, lo cerchi in chiesa o nella metafisica: non certo nella biologia. Questo è per me il motivo di fascino di questa scienza, che ha a che fare con la vita e che tanto somiglia alla vita: la vita vera, quella di tutti i giorni, che non conosce certezze. Pertanto, la caccia febbrile al "comportamento a rischio", con quest'ansia di voler determinare per filo e per segno che cosa è a rischio e che cosa non lo è, non solo mi pare sbagliata, ma mi pare anche inutile se non controproducente. Non credo, infatti, si possa considerare un sano approccio alla sessualità quello di chi sta a soppesare con il bilancino il rischio di un certo comportamento sessuale. La quantità di informazioni da gestire nell'occasione sarebbe veramente troppo grande perché una persona non venga scoraggiata. E' sicuramente opportuno incoraggiare all'uso del preservativo nei rapporti occasionali, ma nel contempo occorre dire che ciò non annulla il rischio (semplicemente lo riduce, sia pure sensibilmente) e lasciare che ciascuno si assuma le proprie responsabilità sul rischio che è disposto a correre. Diversamente, questo concentrarsi sul "comportamento a rischio", con la pretesa di determinare con certezza matematica quali sono i comportamenti a rischio e quali no, finisce secondo me per imbattersi in due opposti atteggiamenti, entrambi sbagliati: quello del menefreghismo e quello del terrorismo, con un eventuale passaggio dall'uno all'altro estremo.

2. C'è una cosa di cui non si parla nelle campagne di prevenzione, basate interamente su tale concetto, difficilmente determinabile con precisione, di "comportamento a rischio": la fiducia. Si badi: non sto dicendo di desistere dall'opportunità dell'uso del preservativo. Sto dicendo che nessun preservativo basterà mai ad annullare ogni rischio: di una persona che ha venti rapporti al giorno con persone diverse, protetti quanto si vuole, non mi fido - e non c'è nessuna conoscenza scientifica che mi possa dire il contrario. E' chiaro che nella situazione di un rapporto occasionale è meglio indossare il preservativo, ma ben sapendo di assumersi comunque la responsabilità di un rischio. Il rischio non può essere zero: nessuno, se vuole essere fedele alla scienza che professa, può dirmi che il rischio è zero. Infatti, in questo sito, molto correttamente, non si dice che il rischio è zero. Ma allora - mi chiedo - perché non parlare apertamente della fiducia reciproca come elemento centrale nella prevenzione delle infezioni? Perché non incoraggiare apertamente le persone a costruire nel tempo relazioni di reciproca fiducia? Forse mi si dirà che non è "scientifico" fare appello a una dimensione valoriale sulla condotta di vita delle persone, che ognuno vive come vuole etc. etc. Mah. Non so francamente se sia più "scientifico" focalizzarsi sul cosiddetto "comportamento a rischio" anziché responsabilizzare le persone sul rischio e sull'opportunità di correrlo o meno in funzione degli 'asset' valoriali che entrano inevitabilmente in gioco nel bilancio della vita di ciascuno di noi. Parlerò con tutta franchezza: per me ci sono delle circostanze in cui l'uso del preservativo rovinerebbe "qualcosa". In molte situazioni non ho usato il preservativo, né ho chiesto delle analisi del sangue, né mi sono sognato di farle io in séguito: mi sono fidato, e spero di aver fatto bene. Non si trattava, evidentemente, di rapporti occasionali. Il rischio era quello che io volevo, consapevolmente, correre. Mi fidavo della persona, senza preoccuparmi del "comportamento a rischio". Grazie al Cielo non c'era il medico che mi informava sulle percentuali di rischio! Io vedo in questa tendenza, perversa, a concentrarsi esclusivamente sul "comportamento a rischio" l'incubo della medicalizzazione totale della vita, il terrorismo che ingigantisce una, sia pur legittima, paura della malattia fino a farle assumere delle dimensioni francamente spropositate.

3. Ho l'impressione che il principale problema dell'HIV e dell'AIDS sia un problema culturale. Non riuscirei altrimenti a spiegare come mai un'infezione come quella da HIV assuma delle proporzioni mediatiche così grandi. L'AIDS non è una malattia come le altre, perché, culturalmente, è circonfusa da una certa aura che la collega a delle classi sociali ritenute "borderline". L'HIV è purtroppo considerata una roba da gay o da tossici o da gente irresponsabile (appunto perché se ne frega dei famigerati "comportamenti a rischio"): se io mi contagio con HIV vengo ritenuto gay (in un contesto in cui l'omosessualità è purtroppo ancora un tabù), tossico o, alla meglio, coglione. Questo è il vero allarme: la considerazione sociale dell'HIV, non l'HIV in sé! Si faccia tutta la prevenzione che si vuole per l'HIV, ma ci rendiamo conto che un solo sabato notte sulle strade italiane fa molti, molti più morti di quanti in Italia ne faccia l'AIDS in un anno? L'HCV ha delle vie di trasmissione assimilabili, sia pure in parte, a quelle dell'HIV, ed è un virus più aggressivo di HIV: perché non gode della medesima risonanza mediatica? Questa è la battaglia prioritaria, secondo me: una battaglia non scientifica, non medica, ma culturale. Vorrei un giorno vedere alla televisione uno spot su questo tema, oltre a quelli sull'uso del preservativo.

Un saluto cordiale a tutti!
Alessandro
Ultima modifica di Aaxel il 16/03/2013, 16:53, modificato 4 volte in totale.
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Re: Qualche considerazione critica...

Messaggioda Aaxel » 16/03/2013, 15:55

Oops... Chiedo scusa: forse ho postato in un topic sbagliato...
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