Due cuori e una caparra

 

Due cuori e una caparra
Di Pino Zumbo

 

Per quanto una persona si possa raccontare, gestire, o vestire:
Sciccoso, abbarbonato, elegante, normale, trasandato, stiloso, eccentrico, anonimo, vistoso… è uguale. Un tossico rimane sempre un tossico.

L’improbabile e impalpabile espressione, indefinibile,  lo autenticherebbe tra mille.
Alterna occhi sbarrati a caccia di qualsiasi cosa (come un predatore sdrucito e malato in preda allo stillicidio dei morsi iniqui della scimmia), ad occhi a spillo.
Due puntini neri sfuocati, fluttuanti come satelliti dismessi in sferiche orbite liquide, amorfe.
Trasparenti, quasi a contenere gelosamente, come ampolle sacerdotali, l’infinita galassia di effimeri orgasmi cerebrali, muti, senza gioia, che sembrano sfuggirgli come uno spreco.
Le movenze sono inconsistenti, vaporose,  inconsapevoli, ciondolanti.
Alle volte, (spesso sfidando le leggi della gravità e della fisica), gli sballi appaiono all’appassionato come autentiche escursioni epiche, ci si ritrova in posti insospettabili.
Senza sapere bene, come o perché. E’ come volare sul mondo con le ali e la vista di una mosca…
Ci s’imbatte in sensazioni super ultra mega, che durano ore

Glauco è piegato come una sedia a sdraio in un caruggio tra i bidoni della rumenta.
Pare si ripigli, riprenda conoscenza.
Dove cazzo sono? Mi sento di merda… Belin… mi sono abbioccato di brutto.
Finalmente riesce a riaprire gli occhi da triglia bollita, il suo sguardo è puntato sull’indefinibile.
Mi sono fatto un’ora fa, e sono a pochi centimetri da dove ero partito…

La barba è rigorosamente da fare, ha ancora l’accendino in mano con il mozzicone spento incollato alle labbra cianotiche da una bavetta altalenante e spessa.
E’ buio, fa freddo, piove a dirotto. Una serata infame.
Glauco cerca di ricomporsi un po’, senza indugi s’infila nel bar di rimpetto.
I clienti sono quasi tutti abituali: Uomini e donne in rotta di collisione con se stessi, compressi in vite alcoliche. La cameriera è bielorussa, robusta e sempre indaffarata a farsi il mazzo tra i tavoli, le malelingue dicono che sia anche una che serve aperitivi orizzontali…

Nel locale d’infima frequentazione, Enea e Alice siedono al tavolino in fondo.
Glauco si dirige con un sorriso direttamente al loro tavolo.
I saluti di tutti quelli che lo notano entrare e lo conoscono cadono inascoltati nel vuoto.
Sostanzialmente ha ancora la testa incastrata nel culo.

Glauco fa’ il disinvolto, come se fosse appena uscito dalla doccia, fresco come una rosa.
Ciao bella coppia, come state?
Enea è incazzato come un toro:
Stiamo una favola. Mi ubriaco e la guardo, mentre fa’ scempio di qualsiasi cosa.
Alice non è da meno:
Prima o poi finirai. Resisto.
Cazzo Enea… è una vita che non ti vedo. Cosa hai fatto in questi anni?
Sono andato a letto presto.
Qualche volta penso che dovresti andare da un dottore, sai, una bella terapia… per riempire i buchi che hai in testa.
Il tuo alfabeto psichico è scarso.
Sentitelo il mio amore, il mio compagno… La mia dolce metà alcolizzata.


Quello di Enea e Alice era un grande amore, ma l’alcol lo ha fatto divenire un’autentica e reciproca persecuzione, uno strazio infinito, che si perpetua quotidianamente.
Il grande Enea… Non vuole privarsi dei suoi fantasmi.
Io non sono un riformatore del mondo, lo lascio dov’è.
Quando ami una persona… devi sempre accettarla per quello che è.
Glauco… Sei più ottuso di un angolo.
Enea, per non inveirgli contro, deve far posto nella sua testa a qualche sottigliezza, …ma è sempre un sacrificio troppo grande.
Ma di che cazzo parlate?
Io parlo degli dei, del Creatore di questo cazzo di universo.

Come tutti gli alcolizzati seri, Alice nasconde nella sua enorme borsa un bottiglione, da dove attinge un liquido che mischia nella birra media alla spina che ha davanti al muso.
Enea gli passa il suo boccale, come a reclamare la sua parte.
Un puzzo mefitico fluisce dal bottiglione nascosto.


Che puzza! Che tanfo! Cos’è quel liquame?
Grappa. L’ho prodotta io, con le mie manone. 
E a macerare cos’hai messo? Per farla cos’hai distillato? Stracci e carta da culo?
Effettivamente l’aroma è un po’ indegno… ma fa’ quello che deve fare.
Raggiunge il suo unico scopo. Quello di spianarci l’intelletto.
In modo rapido e più indolore possibile. Come si potrebbe fare altrimenti?
Quando il destino avrà finito con noi, non resterà più nulla.
Mi annoio profondamente… Oggi… ogni cosa è una versione di qualcos’altro.
Perché non smettete di bere?
Forse un giorno, …domani.
Già. La frase di rito, quella che usiamo tutti, compresi quelli come me:
Dipendenti e soggiogati da polverine o altro. Smetto quando voglio… smetto domani…

Enea annuisce con un ghigno amaro…
Già, una tradizione rituale per noi… Qualsiasi momento non è mai adesso.
Smettere. D\’altronde… quello che è importante nella vita, non è mai facile.
Le dipendenze sono un’infermità.
Mi sono rotto il belino, prima o poi smetto…
A giudicare dalle tue pupille inconfondibilmente dilatate… pare che tu, abbia solamente cominciato a grattare in superficie… senza un grosso successo.
Il trio scoppia in una grassa e incontenibile risata. Come si dice… mal comune mezzo gaudio.

Nel bar entra Cantalamessa. Ha un appuntamento col pusher seduto qualche tavolo più in là.
Ma prima di sedersi con lui, passa al tavolo a salutare il trio.

Qualche tempo addietro, ha condiviso un po’ di casanza nella stessa cella con Enea e Glauco.
Si erano abbuffati di mazzate con la celere durante un derby stracittadino.
Oltre la sequenza di reati già insiti nella cazzata, Glauco si è fatto qualche mese in più, perché ha strappato la catena d’oro dal collo di uno degli omini blu infagottati come Robocob.


Alice è ubriaca, ride, è curiosa…
Cantalamessa? Cos’è un prete spretato?
No. E’ che ogni volta che lo ammanettano,  racconta sempre le stesse identiche balle in questura.
Non cambia mai neppure versione, è come una messa registrata.

La scritta sui muri è chiara e a caratteri cubitali: Vietato fumare!
Ma è ingiallita dalla nicotina e dal tempo. La nube di fumo passivo avvolge tutto e fa puzzare i vestiti, come un portacenere non svuotato da secoli.
I due maschi si alzano e si salutano come tutti i mafiosetti suburbani di periferia.
Stretta di mano e due baci sulle guance.

Glauco sorride: Ciao testina, come và?
Enea entra subito nel merito: Sempre a sbagliare? Sempre in Galera?
Cantalamessa risponde risoluto: A ‘sto giro, tentato omicidio, ma è caduto in lesioni gravi.
Hai tentato di scannare qualcuno a coltellate?
No. Ho piantato in faccia un collo di bottiglia al nordafricano che mi aveva fatto un pacco, stavo male come un cane, ero disperato, mi ha fottuto gli unici soldi che ero riuscito a tirare su.
Adesso tutti i giorni, ogni volta che si guarderà allo specchio, o passerà davanti a una vetrina
riflettendosi, si ricorderà di te.
Questo è sicuro.
Però ti sei fatto legare, era meglio non commettere errori…
Senti amico, gli errori non contano. E’ solo in base alle conseguenze che dobbiamo campare.
Non ho fatto nessun errore, ma solo pagato la conseguenza di essermi fatto beccare.
Vuoi ammazzare qualcosa? Ammazza il tempo.
Non puoi nasconderti in prigione per sempre.
Fuori contano solo i soldi, dentro solo quello che sei.
Nel mondo dei miei nemici, non esistono innocenti, ma solo colpevoli che devono essere scoperti.
Adesso devo andare, il mio uomo mi sta aspettando.

Stretta di mano e bacetti, Cantalamessa si sposta nel tavolo del pusher.
Il terzetto ricomincia la conversazione.
Cazzo, il vostro amico… ha il cervello pieno di mucillaggine.
Senti chi parla… il tuo è devastato dalle vuvuzela.
Glauco si accorge che Enea indossa la maglietta alla rovescia.
Enea hai la maglia alla rovescia… Ti stai rimbambendo?
In alcune civiltà è considerato di buon auspicio indossare qualcosa a rovescio…
E tu ci credi?
No… ma è come pregare. Che ci perdi?
Per pregare e credere nelle superstizioni, ognuno ha le sue ragioni.
Ragioni? Ragioni per cui alcuni vivono e altri invece no.
Specie nella nostra malattia e nella nostra condizione. Non ce ne sono… di ragioni!
Io non la vedo come te per fortuna!
Forse la vedrai come me… quando il mondo smetterà di girare…La mia coscienza è pulita.
Perché è nuova.  Non la usi mai.
Ragazzi… è stato bello, ma mi congedo.
Ha smesso di piovere… e mi sa che sono arrivato al vostro tavolo, in un momento del belino.
Tutti in piedi. Strette di mano e bacetti…
Ciao e alla prossima.

Glauco s’avvia a passo lento, si guarda in giro… osservando con finta indifferenza la fauna appropinquata ai tavoli, …cadavere più, cadavere meno… più o meno le solite facce.
Ad un passo dall’uscita, scorge Raà, seduto composto con le orecchie a tortiglione.
Ha il guinzaglio attorcigliato nella zampa del tavolo, e aspetta il suo boccone.
Ma quello… è il pitbull di Livio!

Livio non si vede… è celato dietro i cappotti appesi al treppiedi, che staziona sulla porta d’ingresso. Glauco si sposta cambiando l’ottica. Lo vede, è solo.
Mangia un panino sorseggiando il suo rituale Negroni mentre legge un libro.
Paulo Coelho… ha le cuffiette piantate nei timpani, mangia, beve e legge, condividendo parte del suo panetto con la sua adorabile e casinista bestia.
E’ seduto lì, ma potrebbe essere ovunque. Anzi… sicuramente è altrove.
Glauco lo vuole salutare, è tanto che non lo vede in giro… specie in quel bar, si avvicina.
Raà si alza sulle zampe e muove la coda, Livio alza lo sguardo.
Si vedono. Scatta il sorrisone per entrambi.
Abbraccione, stretta di mano… niente bacetti.
Il cane partecipa con irruenza e gioia, com’è nel suo stile.
Ciao Livio… belin che bell’asociale!
Pure le cuffiette!
La musica di questo cazzo di bar rimane sempre la stessa merda. Nei secoli dei secoli.
Come mai qui? È tanto che non ti si vede in zona.
Livio fa’ posto a Glauco che si accomoda al tavolo.
Sì. È da tanto tempo, che non mi sedevo più in questa fogna.
Puoi chiamarla…ricerca sensazioni… ogni tanto mi piace ricordarmi chi ero e da dove provengo.
Che fine hai fatto?
Ho smesso 17 anni fa. Nonostante l’hiv. Mi è andata bene, sono ancora vivo.
Lo so, m’era giunta voce, e che sei vivo si vede, per fortuna.
Ho fatto bene, ho rischiato tutto quello che potevo ancora giocarmi, su una speranza, un sogno.
Non sono morto, ho superato l’olocausto, e vivo senza guinzagli legali ed illegali da allora.
Livio ribadisce il concetto in stile ‘Cetto La Qualunque’ Albanese:
Si vive comunnquemente, qualunnquemente, quanntunquemente, spesssatamente… Molto meglio.
Glauco sorride… Io mi faccio sempre, mi piace trasgredire…
Trasgredire… che cazzata. Oggi essere normali è il massimo della trasgressione.
Drogarsi me la consideri ancora una trasgressione?
Sembra che ormai oggi, non sia più solo un’aspirazione individuale, ma un dovere collettivo.
Glauco rimane basito. L’uomo è l’unico animale… che arrossisce.
Come cazzo ha fatto a smettere uno come te?
Ho fatto il mio percorso, e quando ho capito dove si nascondevano tutte le mie personalità, sono andato a stanarle una per volta, e alla fine ho pagato il giusto conto a tutte.
La droga mi aveva evaporato. L’Aids ha schiodato tutto. Rimesso a posto le lancette del tempo.
Da quando smisi, ne conservo solo una, le altre non mi servivano più.
E pare che funzioni…
Su di me pare di sì, ma sai come diciamo noi… il sole bacia i belli, ma secca le merde.
La domanda sorge spontanea… Cosa avrà voluto dire?
Cazzo! Ma non hai paura di morire?
Certo. Come tutti, e comunque per come la vedo io, la quiete di coloro che ci hanno preceduto, non può alleviare l’inquietudine di coloro che seguono.
Livio mette un boccone tra le mascelle del cane.
Troppe volte, nella mia infettiva vita, in preda al dolore e alla tristezza incontrollabile, mi sono
sentito come nell’inverno della vita… arrivato ai confini della mappa.
Io detesto… la mia vita.
Non si può detestare la vita, l’albero non può odiare la terra.
L’espressione di Livio si fa’ profonda…
Non so come spiegartelo, è come se una volta riacquistato me stesso uscendo dal cono d’ombra della droga, la malattia mi avesse messo davanti a cose e valori che prima restavano invisibili.
Intuivo che l’istante magico ed irripetibile di quel tale giorno, o di quel tale momento era passato… e io non avevo fatto niente.
Il panino è finito, Livio succhia dalla cannuccia il rimasuglio di drink.
Scusa Glauco, non ti ho chiesto neppure, cosa bevi?
Onestamente non berrei nulla Livio, sto’ già a postissimo così, ma se rifiuto è un’offesa…
Giusto. Ci beviamo un bel caffè con lo Stravecchio così tagliamo la testa al topo ok?
Glauco ride: Al toro vorrai dire… Ok, un caffè corretto molto volentieri.
Tori? …E chi li ha visti mai in questa fogna?
Senti Livio, posso farti una domanda molto personale in nome dei ‘vecchi tempi’?
Prova.
Ma se ti facessi uno schizzetto di nascosto? Chi lo saprebbe?
Livio chiama la cameriera bielorussa e ordina i due caffè corretti.
Non lo saprebbe mai nessuno… ma lo saprei io.

 

Continua