Donne e HIV


a cura dell\’avv. Matteo Schwarz- consulente legale NPS

L’Aids è diventata la principale causa di morte nel mondo per le donne in età fertile, tra i 15 ed i 49 anni d’età: questo è quanto sostiene una relazione di Unaids, il programma delle Nazioni Unite che si occupa di coordinare e potenziare l’azione globale contro Hiv ed Aids.
Secondo il direttore esecutivo di Unaids, i dati risalenti all`ultima relazione di dicembre hanno fatto registrare in molti Paesi del mondo un aumento della percentuale di donne infette da Hiv rispetto agli ultimi 10 anni.

Tra le cause che mettono le donne a maggior rischio di infezioni da Hiv, si legge nella relazione, ci sono le crescenti disuguaglianze di genere e le continue violazioni dei diritti umani contro le donne, compresi le violenze sessuali e la tratta delle donne finalizzata alla prostituzione. Nel solo Sud Africa fino al 70% delle donne subisce una violenza sessuale nel corso della vita e si stima che venga violentata una donna ogni minuto.
 

La pandemia dell’Hiv/Aids negli ultimi anni ha dunque assunto progressivamente un volto femminile: secondo dati Unaids dal 1990 al 2007 la percentuale delle donne adulte sieropositive è aumentata dal 54% al 61%.
Una volta contratto il virus, spesso pospongono le cure per stigma, responsabilità domestiche e riproduttive, costi delle terapie. Inoltre, sono spesso le ragazze e le donne a sostenere gli oneri della cura dei malati, a detrimento della propria.
Le famiglie sovente ritirano le figlie dalle scuole perché assistano i parenti malati o si assumano altre responsabilità familiari, mettendo così a rischio l’istruzione di queste ragazze e le loro prospettive future.
Sebbene questi dati si riferiscano alla situazione globale, mentre la geografia del fenomeno Hiv/Aids cambia quando passiamo ad analizzare la condizione delle donne nei Paesi dell’occidente industrializzato, non possiamo fare a meno di registrare come anche nella nostra società la percentuale di infezioni nella popolazione femminile sia andata progressivamente aumentando negli ultimi anni, anche grazie all’aumento della popolazione femminile immigrata proveniente da aree geografiche in cui il numero di donne infette è percentualmente molto più alto.

Ma ciò premesso, l’abitudine che abbiamo, parlando di Hiv/Aids, di dividere il mondo in due parti, un sud povero e un occidente più evoluto dove le tutele normative sono, nell’insieme, distribuite in maniera più o meno uniforme e a beneficio di tutti, senza distinzione di classe o di genere, rischia di diventare una schematizzazione arbitraria che non dà conto del fatto che, anche nella nostra società e anche nella popolazione non immigrata, permangono condizioni
di emarginazione e di ignoranza che finiscono per penalizzare in misura maggiore proprio le donne.

Con riferimento alla situazione italiana, non possiamo fare a meno di osservare che da molti anni ormai si è cessato di informare efficacemente la popolazione sui rischi di trasmissione del virus, con un progressivo abbassamento della guardia che ha determinato una stabilizzazione nel numero delle nuove infezioni e una maggiore diffusione di comportamenti a rischio.
Il fatto che vi siano larghi strati della popolazione poco o per nulla informati sui rischi di trasmissione e soprattutto sui mezzi di prevenzione potrà determinare,
negli anni, delle ricadute estremamente gravi in termini di costi socio- sanitari ed è tempo che si prenda atto di questo.
L’esperienza di altri paesi può costituire un utile precedente, proprio per raggiungere e informare quei gruppi di popolazione più inaccessibili, in particolare le
donne di alcune comunità immigrate, che sono poco o per nulla visibili e che spesso soggiacciono a regole e convenzioni sociali del proprio paese di origine, non avendo accesso alle fonti di informazione e tantomeno ai servizi sanitari.

Nel Regno Unito si è scelto di adattare gli strumenti e i linguaggi di informazione e di prevenzione alle caratteristiche specifiche del gruppo a cui ci si rivolge, differenziando le campagne di informazione sulla base di studi che tengono conto dei fattori culturali ed ambientali propri della realtà che si vuole raggiungere. I linguaggi sono diversi, ma la qualità del messaggio è la stessa perché in forme più o meno esplicite si riescono comunque a far passare le medesime informazioni.
Se non ci convinceremo che una vera politica di salute pubblica deve innanzitutto connotarsi laicamente come finalizzata a preservare e ad accrescere il benessere e la salute dei cittadini senza connotazioni di tipo ideologico, non potremo sperare di vincere la guerra contro il virus.

Fonte: Realifenetwork