Malati di stress

    Il dibattito in corso sulla relazione tra eventi stressanti e progressione della malattia

Un interessante articolo di Cohen e coll., pubblicato dal Journal of the American Medical Association nell’ottobre scorso, pone nuovamente alla nostra attenzione il ruolo dello stress psicologico nella progressione di alcune importanti patologie come l’HIV/AIDS, le malattie cardiovascolari, il cancro e la depressione.
Non è infatti di recente acquisizione l’impatto che gli eventi stressanti possono avere sullo stato di salute dell’individuo, e l’ampio dibattito che nel corso degli ultimi decenni si è articolato in merito ai processi neuro-endocrino-immuni che ne spiegano i meccanismi è stato oggetto di una proficua e interessante mole di pubblicazioni scientifiche.

    A tale nutrito panorama di conoscenze il lavoro di recente pubblicazione, contribuisce per diversi aspetti a fare chiarezza su alcuni punti di indiscutibile importanza, indispensabili quando ci accingiamo a stabilire relazioni significative tra mondo biologico e determinanti psicologici e sociali di salute.

L’articolo, frutto di una rassegna di numerosi studi sull’argomento, rende noti i risultati di una ricerca realizzata dalla Commissione dell’Istituto di Medicina sui “Servizi psicosociali per i pazienti affetti da cancro e per le loro famiglie nei servizi di Comunità” e traccia con chiarezza e dovizia di dati e riferimenti bibliografici le evidenze scientifiche disponibili a sostegno di una stretta relazione causale tra stress e progressione delle patologie prese in esame.
Un primo elemento di chiarezza viene fornito dagli Autori che definiscono lo stress psicologico come un fenomeno “che si manifesta nel momento in cui un individuo percepisce le richieste provenienti dall’ambiente come eccessive rispetto alle sue capacità adattive di risposta.” “L’associazione tra lo stress psicologico e la malattia è stata stabilita particolarmente per la depressione, le malattie cardiovascolari e l’HIV/AIDS” questa la conclusione degli Autori. L’affermazione non è attribuibile con la stessa determinazione alle patologie oncologiche per le quali l’analisi relativa agli studi presi in esame evidenzia ancora una mancanza di dati attendibili a supporto di una significativa correlazione tra stress e malattia, determinata, almeno sino ad oggi, dalla difficoltà nel realizzare ricerche adeguate.
Gli Autori concludono sottolineando come la realizzazione di efficaci studi clinici randomizzati, volti alla riduzione dell’impatto comportamentale e biologico dello stress psicologico, possa rappresentare un significativo contributo nel ruolo che queste conoscenze potrebbero assumere nel lavoro clinico.
Numerosi i punti offerti dal contributo in oggetto per una riflessione comune.
Quale paradigma teorico di riferimento si pone alla base di questi studi? Se è vero infatti, che i primi studi realizzati sull’essere umano in grado di dimostrare che le condizioni di stress psicologico possono creare alterazioni nella funzionalità immunitaria risalgono ai primi anni settanta, è necessario considerare che la notevole difficoltà incontrata nell’utilizzo di queste conoscenze è da ricondurre non ad una scarsa produzione scientifica sull’argomento, ma alla eterogenea quanto dispersiva definizione di stress adottata nella notevole mole di ricerche disponibile.
La definizione adottata da Cohen e coll. si basa sull’importanza attribuita alle emozioni e focalizza l’attenzione sul peso della valutazione cognitiva dello stimolo. Secondo questa impostazione, affinché si verifichi una reazione da stress è necessario che uno stimolo venga classificato “rilevante” dall’individuo. In termini di pratica clinica l’informazione che assume rilevanza non è la presenza o l’assenza di eventi definiti “stressanti” ma ciò che il paziente racconta, sente e valuta in merito a ciò che sta vivendo.
Non troppo distante da questa prima riflessione si pone un altro interrogativo al quale la psicoimmunologia ha cercato di contribuire concretamente. Se culturalmente è dato di fatto universalmente condiviso che la salute non debba ricondursi alla mera assenza di malattia, quali significativi progressi sono stati realizzati nella gestione clinica del malato in questa direzione?

La definizione di salute, espressa dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, come “stato di completo benessere fisico, psichico e sociale e non semplice assenza di malattia” rischia di assumere con il passare del tempo un valore sempre più utopistico.
Tradurre questa dichiarazione di principio in una strategia operativa è certamente un processo complesso e difficile, soprattutto considerando la rivoluzione culturale che questa comporta nel nostro modo di pensare, di agire e di prenderci cura dei malati.
I dati proposti da Cohen e coll. offrono una strada alternativa al raggiungimento di questo obiettivo, focalizzando l’attenzione degli addetti ai lavori sulla possibilità che anche i più onerosi investimenti terapeutici e le migliori strategie di intervento clinico possono diventare inefficaci se ci ostiniamo a curare la malattia e non la persona, ipotesi preziosa, da valutare anche nell’attesa che le scienze comportamentali possano dare presto risposte attendibili e riproducibili sull’efficacia degli interventi comportamentali. 

Fonte:ReallifeNetwork