Raltegravir sicuro ed efficace in gravidanza e nel neonato

Uno studio di autori francesi presentato di recente a Denver, in occasione della 53a Interscience Conference on Antimicrobial Agents and Chemotherapy dimostra che i regimi antiretrovirali contenenti l’ inibitore dell’integrasi raltegravir sono sicuri ed efficaci nelle donne in gravidanza sieropositive e non provocano difetti di nascita nei loro neonati.

Una terapia antiretrovirale efficace (ART) durante la gravidanza può abbattere la carica virale, migliorare la salute delle donne incinte che hanno contratto l’infezione da HIV e ridurre drasticamente la probabilità di trasmissione madre-figlio del virus. Le attuali linee guida raccomandano l’inizio di una ART combinata durante il secondo trimestre, a prescindere dalla conta delle cellule CD4.

Ma i farmaci presi durante la gestazione – specialmente durante il primo trimestre, quando gli organi fetali sono in via di formazione – presentano un potenziale rischio di eventi avversi, tra cui complicazioni della gravidanza , parto prematuro e anomalie congenite nei neonati .
 
Al congresso, Vincent Jeantils, del Jean Verdier Hospital di Bondy , Francia, ha presentato i risultati di uno studio di outcome realizzato presso il suo ospedale su una serie di donne incinte sieropositive trattate con raltegravir. Anche se la sicurezza in gravidanza di ‘vecchi’ farmaci come zidovudina (AZT) e nevirapina è ormai assodata, ha spiegato l’autore, gli antiretrovirali più nuovi come raltegravir possono offrire alternative mieglio tollerati.
 
Determinare la sicurezza dei nuovi antiretrovirali in gravidanza è particolarmente urgente per le donne che hanno bisogno di questi farmaci a causa di una resistenza diffusa, per quelle che già li assumono quando rimangono incinte e per quelle che scoprono di essere sieropositive verso la fine della gravidanza e devono abbassare rapidamente la carica virale prima del parto, ha spiegato il ricercatore.
 
L’analisi degli autori transalpini, iniziata nel 2008 , ha riguardato 31 donne gravidanza seguite presso il loro ospedale, vicino a Parigi . La maggior parte (80%) erano nere e l’età media era di 31 anni (range 18-44 anni). Tre donne avevano una co-infezione con il virus dell’epatite B e due con quello dell’epatite C.
 
La durata mediana di impiego della ART prima della gravidanza era di circa 6 mesi, ma la metà delle pazienti erano naive alla terapia. Al momento dell’inizio dell’assunzione di raltegravir, la conta mediana dei CD4 era pari a 442 cellule/mm3 e la carica virale mediana era di circa 17.700 copie di HIV RNA/ml.
 
Le partecipanti sono stati sottoposte mensilmente a controlli ostetrici, ecografie fetali, monitoraggio della conta dei CD4 e della carica virale, test di funzionalità epatica e renale, emocromo e tossicità metaboliche. Dopo la nascita sono stati misurati il peso dei bambini, l’ altezza e l’indice di Apgar. Inoltre, i bambini sono stati sottoposti alla PCR per rilevare la presenza eventuale di HIV DNA provirale alla nascita e a 1, 3 e 6 mesi di età per vedere se erano stati infettati dal virus .
 
Cinque donne (il 16 %) hanno iniziato raltegravir prima di restare incinte e hanno continuato a prenderlo. Le rimanenti hanno cominciato ad assumerlo durante la gravidanza, tre durante il secondo trimestre e 23 durante il terzo trimestre . La durata media di assunzione dell’antiretrovirale è stata di 71 giorni. Oltre a raltegravir, circa il 60% della partecipanti ha anche preso gli inibitori della proteasi e quasi il 40% la cominazione tenofovir/emtricitabina.
 
Delle donne che hanno iniziato ad assumere il farmaco già in gravidanza, cinque lo hanno preso per problemi di intolleranza al regime precedente (in tutti i casi contenente inibitori della proteasi), 19 per ragioni di scarsa compliance alla ART che già facevano e due perché hanno scoperto di essere sieropositive in una fase avanzata della gravidanza (tra le 28 e le 34 settimane) per cui avevano bisogno di abbattere velocemente la carica virale.
 
Raltegravir è generalmente sicuro e ben tollerato, senza eventi avversi importanti. La sua efficacia antivirale nelle donne in gravidanza è risultata simile a quella osservato nella popolazione generale .
 
Tutte le donne tranne una sono state trattate con AZT per via endovenosa durante travaglio e il parto, un componente del ‘vecchio’ standard terapeutico che la maggior parte degli esperti ritiene più necessario se una donna sieropositiva sta facendo una ART combinata efficace e ha una carica virale non rilevabile.
 
Al momento del parto, la maggior parte delle donne (l’81% ) aveva una viremia non rilevabili secondo gli ultimi test. La carica virale mediana globale era scesa a una media di 41 copie/ml , con livelli compresi tra 45 e 641 copie/ml tra le donne che avevano ancora il virus rilevabile .
 
La durata media della gravidanza è stata di 38 settimane. Circa due terzi delle partecipanti sono stati sottoposti a taglio cesareo per vari motivi, tra cui, in due casi, il fatto che la carica virale era ancora rilevabile.
 
Il peso mediano alla nascita è risultati di 3100 g, la lunghezza media di 48 centimetri , e il punteggio mediano dell’indice di Apgar era 9,6 su 10, tutti valori normali.
 
Inoltre, non sono stati osservati difetti di nascita o anomalie biologiche in nessuno dei bambini nati durante lo studio. Jeantils ha segnalato che fino ad oggi l’Antiretroviral Pregnancy Registry ha ricevuto tre segnalazioni di difetti congeniti tra i 119 neonati esposti a raltegravir durante il primo trimestre  e sei tra i 109 esposti durante il secondo o terzo trimestre di gravidanza .
 
Dopo il parto, i neonati hanno iniziato un ciclo di profilassi con antiretrovirali (per lo più da solo AZT; solo quattro sono stati trattati con una doppietta e cinque con una tripletta). Non sono stati osservati eventi avversi e il 93% a 6 mesi aveva livelli di HIV DNA non rilevabili.
 
Un sottogruppo di donne è stato sottoposto anchde a test di farmacocinetica per determinare i livelli di raltegravir in plasma materno, nel liquido amniotico e nel sangue del cordone ombelicale, che sono risultati pari a rispettivamente valori mediani di 169, 127 e 198 ng/ml, con un rapporto cordone ombelicale-sangue materna di 3,48.
 
I ricercatori concludono, quindi, che un regime contenente raltegravir in gravidanza sembra sicuro sia per le madri sia per i neonati  e aggiungono che la sicurezza di tale regime, insieme con la sua rapida azione antiretrovirale, l’assenza di tossicità embrionale o fetale dimostrata negli studi su animali e l’alto trasferimento placentare "offre una nuova e promettente strategia”.
 
Raltegravir penetra bene nel liquido cerebrospinale, in quello seminale e nel fluido cervico-vaginale. Inoltre, il farmaco si mantiene a livelli terapeutici nei neonati per diversi giorni dopo il parto. Dato che quest’antiretrovirale abbassa rapidamente la carica virale e il suo buon trasferimento placentare permette un ‘ precarico ‘ del bambino, gli autori suggeriscono anche che potrebbe essere una nuova alternativa efficace a nevirapina se la sieropositività viene diagnosticata in ritardo durante la gravidanza.
 
Jeantils ha anche spiegato che i bambini nati in questo studio saranno seguiti per 6 anni, se possibile, per valutare gli outcome a lungo termine.
 
 
FONTE: pharmastar.it